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Qualità, non quantità: noi ve l’avevamo detto!

Instagram ha finalmente fatto una scelta di cuore (e non di portafoglio) trasformando il social media più diffuso tra i giovanissimi in un posto meritocratico, togliendo la possibilità di vedere il numero dei like sotto i post. Il social network ha avviato il test in diversi Paesi, compresa l’Italia: si potrà sempre porre la propria approvazione davanti a un contenuto ma scomparirà la possibilità di vedere quali siano i numeri complessivi raccolti fino a quel momento. Solo la persona che amministra l’account potrà vederli.

“Vogliamo che Instagram sia un luogo dove tutti possano sentirsi liberi di esprimere se stessi. Ciò significa aiutare le persone a porre l’attenzione su foto e video condivisi e non su quanti like ricevono. Stiamo avviando diversi test in più paesi per apprendere dalla nostra comunità globale come questa iniziativa possa migliorare l’esperienza su Instagram”, spiega Tara Hopkins, Head of Public Policy Emea del social network di proprietà di Facebook.

L’esperimento di togliere i like ai contenuti era già stato annunciato da Instagram ad aprile durante F8, l’annuale incontro degli sviluppatori del gruppo Facebook. Allora, però, il test era limitato al Canada.

“Un’ottima notizia, un freno agli abusi degli influencer e a chi fa pubblicità occulta sui social senza rispettare le linee guida dell’Antitrust”, commenta Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Siamo stati i primi a scoperchiare il problema e ad ottenere la prima condanna in materia dall’Antitrust – spiega – Grazie al nostro esposto, dopo la moral suasion, si è passati ad impegni precisi e concreti, sia da parte delle aziende che degli stessi influencer. Il problema, però, è che le segnalazioni di violazioni proseguono e che è difficile monitorare il fenomeno, troppo vasto. La nuova politica di Instagram, se divenisse definitiva, affronterebbe il problema alla radice”, afferma Dona.

Nel nostro piccolo possiamo affermare che da diverso tempo professavamo nei nostri incontri di formazione una politica più qualitativa che quantitativa, affermando che il personal branding e l’online reputation, soprattutto nei giovanissimi, non si basa sul numero di like ricevuti ma sull’effettiva utilità professionalizzante dei contenuti condivisi. Davanti ad account di giovanissimi che raggiungevano livelli di engagement da local influencer ma che davano risultati economicamente inesistenti spiegavamo come i recruiter, oltre a prendere visione dei tradizionali CV che arrivano, facciano un generoso giro tra i social dei candidati al fine di scoprire la vera identità di chi c’è dietro quegli anni di studio e quei risultati scolastici e universitari, scoprendo a volte altarini tutt’altro che rincuoranti per i potenziali datori di lavoro.

(fonte: Repubblica.it)

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